Piccolo concorso ‘Tradurre con i traduttori’

Piccolo concorso ‘Tradurre con i traduttori’

La traduzione letteraria, com’è noto, non è cosa facile! Per questo quattro traduttrici esperte, Maria Gottardo, Barbara Leonesi, Monica Morzenti e Caterina Viglione, hanno guidato un gruppo di giovani sinologi in un percorso che abbiamo chiamato: “Tradurre con i traduttori”. Si è trattato di una intensa “tre giorni cinese”, dal 13 al 16 luglio 2023, nella quiete del borgo alpino di Chamois, in cui i partecipanti si sono cimentati nella resa in italiano di un racconto di Lao She (老舍; 1899-1966), dal titolo 热包子 (Baozi caldi caldi).
In autunno, all’apertura delle scuole, alcuni studenti delle scuole superiori dove si studia il cinese sono stati coinvolti come giuria nella scelta della traduzione a loro avviso più “azzeccata”. Pubblichiamo di seguito la traduzione più votata.

BAOZI CALDI CALDI
Traduzione di Martina Ferraina e Jada Bai

Da che mondo è mondo, in amore è facile sbandare. In passato però non c’erano giornali e riviste e non si finiva con le stragi di adesso. In realtà, non serve neanche andare troppo indietro: già quando ero bambino io, se la gente faceva all’amore, di rado lo si raccontava ai quattro venti. Mi ricordo di un vicino di casa, Piccolo Qiu. Certo, all’epoca lo chiamavamo “piccolo” e ormai sarà diventato “vecchio”. Ma anche se lo incontrassi adesso, un anziano dai capelli bianchi, mi verrebbe lo stesso da chiamarlo Piccolo. Lui è uno di quelli che non invecchierà mai. Quando pensiamo ai fiori infatti ci vengono in mente corolle scarlatte e foglie smeraldo aprirsi gloriose, di certo non una pioggia di petali cadenti, senza colore e senza profumo. Piccolo Qiu è così: agli occhi della gente lui vive una perenne primavera, anche se a vederlo non sembra proprio un fiore.

Da dove si fosse trasferito o in che anno non me lo ricordo proprio. Ricordo solo che al suo arrivo portò con sé una giovane moglie. Abitavano in una stanza sul lato nord del nostro cortile e da quando si erano trasferiti, la gente diceva spesso che di notte i due se le davano di santa ragione. Che si alzino le mani tra marito e moglie è una cosa normale, niente di cui stupirsi; anzi, io speravo di vedere una ferita sulla testa di lui, o dei graffi sulle mani di lei…ero proprio un ragazzino. Mi piaceva molto vedere la gente darsele e se restavano i segni ancora meglio. Eppure, Piccolo Qiu e sua moglie – almeno di giorno – andavano d’amore e d’accordo e non avevano ferite evidenti. Intendo sui corpi, e dico davvero eh, ho perfino visto la schiena nuda della signora Qiu. All’epoca pensavo che se le dessero a colpi di ovatta.

A casa Qiu si stava proprio bene. Era sempre così pulita e così accogliente, ma con un certo odore – un odore strano, indescrivibile ma di sicuro particolare. Ecco, solo adesso riesco a descriverlo, sapeva di sposini. È ovvio che a tutti nel vicinato e soprattutto agli uomini piacesse ritrovarsi della signora Qiu a fare due chiacchiere. In quelle occasioni marito e moglie erano sempre festosi, come accogliessero ospiti a Capodanno. Ma poi, una volta andati via gli altri, si diceva che sicuramente i due tornassero a darsele. C’era chi giurava di aver sentire il rumore di sberle e schiaffi.

Piccolo Qiu, agli occhi dei vicini, era un tipo irrequieto. Quando camminava sembrava non toccare terra e, tranne che a casa, nessuno lo aveva visto immobile in piedi, neanche per un attimo. Anche da seduto, braccia e gambe non erano mai al loro posto. Con le mani, se non toccava le cuciture dei vestiti, tastava la sedia o si sfregava il viso. I piedi poi erano sempre in movimento, a destra e a sinistra, sopra e sotto, come se stesse camminando o immaginasse di farlo. Per i vicini non era un gran difetto, anche se proprio per questo non sarebbe mai diventato il “vecchio Qiu”. D’altra parte, non avevano poi tanta stima di lui: lui infatti aveva l’abitudine di incassare il collo tra le spalle, come una tartaruga, e col tempo, a furia di ripeterlo, “tartaruga” diventò il suo soprannome, perché è così che chiamiamo i cornuti. Da quando il nomignolo si era diffuso si dice che i due di notte si menassero con ancor più gusto. Di giorno invece si mostravano sempre più felici.

La schiena nuda della signora Qiu non l’avevo vista solo io, anche altri uomini dicevano di averlo fatto. Una volta alle donne non era concesso mostrare il décolleté e che lei si fosse lasciata ammirare così, anche a me, che pure ero ancora un bambino, la faceva sembrare troppo disinvolta. Disinvolta – anche stavolta la parola giusta mi è venuta in mente solo adesso. Lei lo era davvero: dal Figlio del Cielo all’ultimo dei comuni mortali, non c’era nessuno con cui non parlasse E i venditori ambulanti di olio di sesamo e di verdura le davano sempre un po’ di merce in più. Ai miei occhi di bambino, era bellissima. Aveva i denti perfetti e ricordo ancora il suo sorriso che si schiudeva in un accenno del bianco più bianco del mondo. Era solo un accenno, ma suscitava nella mente infinite fantasie, illuminate dal bianco dei denti e con al centro il suo sorriso. Una delle cose più belle per me era andare a casa sua a mangiare arachidi, fave tostate o giuggiole. Sgusciavo un’arachide e gliela portavo alla bocca, ed ecco venivo ricompensato con la gioia più grande: poter vedere i suoi denti. L’avrei imboccata volentieri con un’intera tasca di arachidi, ma in realtà non l’ho mai fatto.

La signora Qiu non aveva avuto figli. A volte le ho sentito dire, rivolta a Piccolo Qiu, un po’ per ridere e un po’ risentita: “Moscio come sei, che figli meriti di avere?!” e lui tutto triste incassava ancora di più il collo. Poteva starsene in silenzio anche per mezza giornata, imbambolato a strofinarsi la faccia, fino a che lei gli diceva “Va’ a comprare i fiammiferi!”. Allora faceva un debole sorriso e sfrecciava via, quasi senza toccar terra.

Ricordo che un inverno, appena uscito da scuola, incontrai Piccolo Qiu all’imbocco del vicolo. Aveva un aspetto tremendo, come fosse malato. Teneva lo sguardo fisso in lontananza e, giocherellando col cordino rosso del mio berretto, disse: “Hai visto mia moglie?”. “No”, risposi.

“Ne sei sicuro?” chiese con voce rotta. Sembrava una madre che ascoltasse il responso dell’indovino sulla malattia del figlio: voleva sentire la verità, ma non voleva crederci, doveva crederci ma voleva opporsi. Mi fece solo questa domanda, poi partì di corsa giù per la strada.

La sera tornai a casa della Signora Qiu. La porta era chiusa. Scoppiai a piangere, anche se ero abbastanza grande per andare a scuola. Delle arachidi che le portavo ogni giorno, quella sera non ne sgusciai neppure una.

La mattina dopo, appena ci fu luce, andai di nuovo alla casa. Ancora niente. Piccolo Qiu era da solo, seduto sul bordo del kang, con la testa tra le mani. Lo chiamai due volte, ma non mi diede retta.

Per quasi sei mesi, andando a scuola, ho continuato a cercarla lungo la strada. Speravo in un incontro, ma non l’ho vista, neanche una volta.

A casa sua, dove Piccolo Qiu rientrava tutte le sere, non andai più. Era ancora così pulita e così accogliente, ma lei si era portata via quell’odore particolare. Spesso vedevo sui muri o a mezz’aria i suoi denti bianchi, ma era solo un accenno, il resto non c’era già più, e non poteva comunque sgranocchiare le arachidi che le portavo.

Piccolo Qiu era ancora più irrequieto, anche se non aveva tanta voglia di parlare. A volte rincasava presto e non cucinava, se ne stava lì, fermo e imbambolato. Ogni volta che era in questo stato ce lo portavamo da noi a mangiare insieme. A tavola chiacchierava allegro, mani e piedi sempre in movimento. Spesso però lanciava un’occhiata oltre la finestra o la porta. Nessuno parlava di sua moglie, ma a volte io me ne dimenticavo e mi usciva fuori un: “Dov’è andata la signora Qiu?”. Allora lui, ancora parlando, se ne tornava a casa e senza neanche accendere le luci si sedeva sul bordo del kang. Andò avanti così, per più di sei mesi.

Una sera, intorno alla Festa delle Barche Drago, rientrai tardi da scuola dopo aver giocato con i miei compagni. Ero appena arrivato all’ingresso del vicolo quando incontrai Piccolo Qiu, con in mano un piatto.

Lo fermai e gli chiesi: “Dove vai?”

Sembrava aver dimenticato come si fa a parlare, ma dai suoi occhi si vedeva che era felice, così felice da non riuscire a spiccicare parola. Dopo quelle che sembrarono ore, mi sussurrò all’orecchio: “È tornata. Vado a comprarle dei baozi, caldi caldi!” e scandì bene quelle parole, “caldi caldi”.

Corsi a casa. Era tornata per davvero. Sempre così bella, i denti sempre così bianchi, solo un po’ dimagrita.

Ancora oggi non so dove sia stata la signora Qiu in quei sei mesi. L’unica cosa che io e Piccolo Qiu volevamo era che tornasse, nient’altro. A pensarci ora, all’epoca le sbandate in amore avevano un qualcosa di sacro, e poiché nessun giornale o rivista aveva pubblicato foto della signora Qiu, Piccolo Qiu non aveva perso la felicità appena riconquistata.